Il caso “P.”, la Casa Rossa e il processo ad Arturo Nassig
Il caso “P.” rappresenta una delle vicende più complesse e controverse della memoria resistenziale locale. La sua ricostruzione non permette di individuare una verità semplice, ma mostra il clima di tensione sociale, politica e militare nel quale maturarono l’arresto, il processo partigiano e la successiva esecuzione. P. era l’amministratore delle proprietà agricole di un ordine religioso che possedeva vaste terre nella zona di Buttrio. Nel corso del 1944 numerosi coloni iniziarono a presentare denunce e lamentele contro di lui. Le accuse riguardavano il comportamento autoritario, il peso esercitato sui contadini e la presunta vicinanza agli ambienti fascisti e alle SS. Quando il comando partigiano si stabilì presso la Casa Rossa, il malcontento aveva ormai assunto un significato non soltanto sociale, ma anche politico. La guerra e l’occupazione tedesca avevano radicalizzato contrasti che esistevano già da tempo.
L’arresto e il trasferimento
Nell’ottobre del 1944 il comando della brigata GAP “13 Martiri di Feletto” dispose l’arresto dell’amministratore. P. venne intercettato sulla strada tra Buttrio e Pradamano e avviato verso Spessa. Durante il trasferimento entrò nella vicenda Arturo Nassig, nome di battaglia “Carnera”. Nassig incontrò il partigiano che aveva in consegna il prigioniero e ricevette l’ordine di accompagnarlo fino al comando. Secondo il racconto di Arturo, durante il tragitto P. tentò di convincerlo a lasciarlo fuggire, offrendogli denaro e una vita tranquilla. Nassig rifiutò, sostenendo di non poter disobbedire agli ordini senza rischiare a sua volta la fucilazione. Arrivati alla Casa Rossa, Arturo consegnò P. agli altri partigiani e proseguì verso Spessa. Da quel momento non ebbe più il controllo diretto della situazione.
Il processo partigiano
Il procedimento si svolse davanti ai responsabili del comando. Contro P. vennero presentate numerose accuse, che secondo la ricostruzione erano sostenute da circa 250 coloni. La corte partigiana decise di condannarlo a morte. Una delle testimonianze successive collocò l’esecuzione a circa duecento metri dal comando della Casa Rossa.
Il processo del dopoguerra
Nel dopoguerra la responsabilità dell’accaduto venne progressivamente concentrata su Arturo Nassig. Il processo iniziò nel 1951 davanti al Tribunale di Udine e proseguì in Appello a Venezia e in Cassazione. La condanna definitiva fu di venti anni e venti mesi di reclusione. Durante le udienze comparvero però diverse testimonianze che affermavano che Arturo non fosse stato l’esecutore materiale. Virgilio Deotto dichiarò di avere compiuto personalmente la sentenza. Anche Romano Fabbro sostenne di aver portato il condannato lontano dalla Casa Rossa e di avergli sparato. Giobatta Serafin si presentò spontaneamente in tribunale affermando di essere intervenuto per scagionare un innocente e attribuendosi l’esecuzione. Queste dichiarazioni non modificarono però l’esito del procedimento. Arturo Nassig interpretò la propria condanna come la ricerca di un capro espiatorio. Secondo la sua lettura, la responsabilità collettiva maturata durante la guerra venne cancellata e concentrata su una sola persona, anche nel clima politico dell’anticomunismo del dopoguerra. Dopo la condanna visse per circa quindici anni lontano dall’Italia. Soltanto nel 1963, grazie all’indulto del Presidente della Repubblica Antonio Segni, poté tornare con la propria famiglia. Il caso rimane una pagina controversa, che non deve essere utilizzata per assolvere o condannare semplicisticamente i protagonisti. Mostra invece quanto fosse difficile ricostruire i fatti dopo la guerra e quanto la memoria collettiva potesse essere condizionata dalle divisioni politiche, dalle omissioni e dalla ricerca di un unico responsabile.