Le origini della resistenza a Buttrio

Le origini dell’antifascismo a Buttrio: Casa Bremiç, il Torre e San Valentino

All’inizio del Novecento Buttrio era una comunità prevalentemente agricola, caratterizzata da profonde differenze sociali. Una parte consistente della popolazione era formata dai cosiddetti “sotàns”, famiglie di coltivatori poveri che lavoravano terreni appartenenti a pochi grandi proprietari e famiglie nobiliari. I contratti di mezzadria e di affitto imponevano canoni in denaro e in natura, ai quali si aggiungevano obblighi di lavoro gratuito e altri servizi a favore dei proprietari. Secondo i dati del censimento del 1929, su 2.476 abitanti di Buttrio il 68% lavorava esclusivamente nell’agricoltura, spesso su terreni non propri. In questo ambiente maturò una crescente consapevolezza delle disuguaglianze sociali e si svilupparono le prime forme organizzate di opposizione politica. Nel marzo del 1921, poco dopo la nascita del Partito Comunista d’Italia, venne costituito anche a Buttrio un primo gruppo locale. La cellula era composta soprattutto da lavoratori, artigiani e contadini. Tra i fondatori vi erano Armando Bremiç, cementista e primo segretario del gruppo, Giovanni Paravan, Dante Noselli, Elio De Cecco, Vittorio Pontoni, Rino Dreossi e Pietro Peruzzi.

Casa Bremiç

L’abitazione di Armando Bremiç divenne uno dei luoghi nei quali si riunivano gli appartenenti al gruppo. Gli incontri servivano a coordinare l’attività politica, distribuire la stampa di partito, in particolare il giornale Il Lavoratore, e mantenere i contatti con gli operai e i contadini della zona. In quella fase l’attività non era ancora completamente clandestina, ma era già sottoposta a una crescente sorveglianza. Le abitazioni private offrivano maggiore riservatezza rispetto alle osterie e agli altri luoghi pubblici, nei quali la presenza di informatori e simpatizzanti fascisti rendeva ogni discussione potenzialmente pericolosa.

Le riunioni sul greto del Torre

Alcune riunioni si svolgevano anche sul greto del torrente Torre. La scelta di un luogo aperto e distante dalle abitazioni consentiva ai militanti di incontrarsi lontano dagli sguardi del paese e di ridurre il rischio di essere ascoltati. Il torrente, apparentemente estraneo alla vita politica, divenne così uno degli spazi nei quali si formarono e si consolidarono i primi legami dell’antifascismo locale. Queste esperienze avrebbero costituito la base della successiva rete clandestina, rimasta attiva anche durante gli anni più duri della repressione fascista.

L’episodio di San Valentino

La nascita della cellula comunista avvenne in un periodo di forte tensione. Mentre il movimento operaio e contadino cercava di organizzarsi, anche a Buttrio e nei comuni vicini si formarono le prime squadre fasciste. Nel febbraio del 1921, durante la tradizionale processione di San Valentino a Manzano, una squadra fascista entrò tra la folla sparando colpi di rivoltella e provocando il panico. La giovane Elisa Chiappino cercò rifugio in una casa vicina, ma il violento spavento le causò un infarto fulminante. La popolazione reagì inseguendo gli aggressori e costringendoli alla fuga. Il camion utilizzato dagli squadristi venne trascinato davanti al municipio di Manzano e incendiato insieme all’edificio comunale, in segno di protesta contro le autorità e le forze dell’ordine, accusate di non essere intervenute. L’episodio rappresentò uno dei primi momenti di aperta violenza squadrista nella zona e contribuì ad alimentare un diffuso sentimento di opposizione al fascismo. In questo clima crebbero giovani come Mino Cecotti, che ascoltarono i racconti dei militanti, parteciparono alle lotte sociali e svilupparono una coscienza politica destinata ad avere un ruolo decisivo negli anni della Resistenza.