Gli ultimi giorni di guerra a Camino

Negli ultimi giorni dell’aprile 1945 la guerra stava terminando, ma il territorio di Buttrio continuava a essere attraversato da colonne tedesche e repubblichine in ritirata. L’indebolimento dei comandi non significò la fine del pericolo. Al contrario, la confusione e la necessità di procurarsi mezzi per la fuga provocarono nuovi episodi di violenza.

La sparatoria di Camino

Il 27 aprile il comando della Flak di Buttrio, ormai consapevole dell’imminente conclusione del conflitto, iniziò a organizzare la ritirata verso la Germania. Poiché mancavano i mezzi di trasporto, venne ordinato ai proprietari di cavalli e carretti di consegnarli al comando. Pochissimi abitanti obbedirono. Il comandante inviò quindi una pattuglia incaricata di requisire direttamente quanto necessario. La mattina di domenica 28 aprile la pattuglia raggiunse Camino, accompagnata da un’autoblindo. I militari fermarono inizialmente Guerrino Borghese e successivamente Luigi Visintini. Alla vista dei soldati, Luigi tentò di fuggire attraverso l’orto insieme al figlio Dante e a uno sfollato siciliano ospitato dalla famiglia. Quel giorno pioveva e i tre cercavano di ripararsi con un ombrello. Non si accorsero immediatamente che un soldato tedesco li stava inseguendo, ordinando loro di fermarsi. All’improvviso venne esploso un colpo. Lo sfollato siciliano cadde a terra e morì sul posto. Dante riuscì a continuare la fuga gettandosi a terra e proseguendo strisciando. Luigi Visintini, rimasto indietro e ormai privo delle forze necessarie per correre, venne catturato. Borghese e Visintini furono condotti al comando della Flak e trattenuti fino alla sera. Vennero liberati grazie all’intervento del segretario comunale Peressinotto, che conosceva il tedesco e riuscì a trattare con i militari. L’episodio avvenne quando la guerra era ormai prossima alla conclusione e mostra come anche negli ultimi giorni una semplice operazione di requisizione potesse trasformarsi in una tragedia.

Uniformi diverse nello stesso cortile

La mattina del 29 o del 30 aprile si verificò invece un episodio dai tratti quasi tragicomici. Un caccia alleato sorvolava la Statale 56, mentre lungo la strada transitava una colonna di soldati tedeschi e repubblichini in ritirata. Alla vista dell’aereo alcuni militari si dispersero nei campi e raggiunsero il cortile della famiglia Cecotti. Nello stesso spazio si trovarono improvvisamente partigiani con il fazzoletto rosso, repubblichini in uniforme grigioverde e soldati tedeschi con l’elmetto. Tutti erano armati, ma erano anche preoccupati per l’incursione aerea. Per alcuni istanti nessuno parlò e nessuno sparò. Le armi rimasero abbassate mentre l’aereo effettuava il proprio passaggio. Terminato il pericolo, i diversi gruppi si dispersero rapidamente, ciascuno prendendo la propria direzione. Poco più avanti, lungo la statale, alcuni partigiani avevano bloccato una colonna nemica. Amalia De Sabbata temeva che il pilota alleato potesse scambiarli per soldati tedeschi e mitragliare la zona. Ordinò quindi ai compagni di togliersi i fazzoletti rossi e di sventolarli in alto, segnalando all’aereo che gli uomini a terra appartenevano alla Resistenza. Al termine dell’azione si presentò davanti ad Amalia un civile conosciuto per le proprie simpatie fasciste. L’uomo si era messo al collo un fazzoletto rosso e le disse in friulano:

«Malie, finalmenti o vin vinçût»
“Amalia, finalmente abbiamo vinto.”

Amalia gli strappò immediatamente il fazzoletto e gli ordinò di allontanarsi. Una sua accusa avrebbe potuto provocare l’esecuzione dell’uomo da parte dei partigiani presenti. Il civile comprese il pericolo e scomparve rapidamente. Il racconto restituisce la confusione degli ultimi giorni, quando uniformi, appartenenze e comportamenti potevano cambiare improvvisamente e bastava un errore per provocare conseguenze irreparabili.