Alvio Meroi: la sfida aperta, l’arresto e la deportazione
Durante il fascismo la repressione degli oppositori non avveniva soltanto attraverso gli strumenti ufficiali dello Stato. Le intimidazioni, le aggressioni e le azioni delle squadre fasciste costituivano una presenza concreta anche nei piccoli paesi. In questo contesto si colloca la vicenda di Alvio Meroi, giovane alpino nato nel 1921 e figlio di Bino. Alvio faceva parte dell’8º Battaglione Alpini. Dopo il periodo trascorso al Centro Addestramento Reclute era stato destinato alla Jugoslavia. Durante uno dei suoi rientri a Buttrio, probabilmente in occasione di una breve licenza, si verificò l’episodio che avrebbe segnato il suo destino.
La protesta davanti alla farmacia
L’abitazione della famiglia Meroi si trovava poco distante dalla farmacia comunale, gestita dal federale fascista del paese. I due edifici erano separati dall’incrocio della strada provinciale diretta verso Manzano. Alvio si presentò armato davanti alla farmacia e iniziò a gridare contro il rappresentante locale del regime. Lo sfidò a uscire in strada e pronunciò apertamente la propria condanna del fascismo. Alle parole seguirono anche alcune esplosioni. Il giovane lanciò delle bombe a mano, facendole però esplodere a distanza di sicurezza. Il gesto sembrava avere soprattutto un carattere dimostrativo: Alvio voleva protestare, provocare e intimidire il federale, non colpirlo direttamente. Il farmacista rimase all’interno e non raccolse la sfida. Dopo qualche tempo la tensione diminuì e Alvio tornò nella propria abitazione. La vicenda sembrava essersi conclusa senza conseguenze.
La sparizione notturna
La calma fu soltanto apparente. Nella notte alcuni uomini raggiunsero la casa della famiglia Meroi, costrinsero Alvio a seguirli e lo portarono via. Da quel momento i familiari non ebbero più sue notizie. Nel dopoguerra la sua sorte rimase a lungo incerta. La ricerca permette di ricostruirla soltanto in parte e con alcune cautele. È probabile che nella notte del 23 aprile 1944 siano intervenuti agenti del Servizio di Sicurezza di Udine, che lo consegnarono alla polizia di sicurezza nazista. Alvio venne incarcerato il 4 maggio. Gli interrogatori cercarono probabilmente di stabilire se il gesto compiuto davanti alla farmacia fosse un’iniziativa individuale oppure il segnale di un’azione organizzata della Resistenza. Gli elementi disponibili fanno pensare soprattutto a una protesta personale e spontanea, nata dalla rabbia contro il regime.
Buchenwald e Dora
Il 14 luglio Alvio Meroi venne deportato su un carro bestiame verso il campo di concentramento di Buchenwald. Successivamente fu trasferito nel sottocampo di Dora, dove morì il 9 novembre 1944. La sua vicenda racconta il destino di un giovane che manifestò apertamente la propria opposizione al fascismo e pagò quel gesto con l’arresto, la deportazione e la morte.