La presenza della contraerea tedesca al Castello di Buttrio trasformò il cielo sopra il paese in uno spazio di guerra. Gli aerei alleati che attraversavano il Friuli potevano essere colpiti dalla Flak e precipitare nelle campagne, mentre le infrastrutture militari installate lungo la Statale 56 e la ferrovia diventavano obiettivi dei bombardamenti. Le testimonianze conservano il ricordo di diversi episodi, non sempre identificabili con precisione attraverso documenti militari.
L’aereo caduto ai Casali Pitassi
Uno degli schianti avvenne nei pressi dei Casali Pitassi, piccolo borgo collocato nel punto d’incontro tra i territori di Buttrio, Premariacco e Remanzacco.
La Flak installata sul Castello di Buttrio aprì il fuoco e colpì il velivolo. Il rumore del motore cambiò e l’aereo iniziò a perdere quota, accompagnato da una lunga scia di fumo nero. Uno degli aviatori cercò di salvarsi lanciandosi dall’apparecchio, ma lo fece troppo tardi e si schiantò contro un vecchio gelso. Poco dopo il velivolo si disintegrò nella campagna. Il boato dell’impatto fu così forte da far tremare il terreno. Un altro membro dell’equipaggio rimase imprigionato nella carlinga e morì carbonizzato. Secondo una testimonianza, dai documenti recuperati risultava che si trattasse di un americano di origine friulana con il cognome Bolzicco. L’identificazione non è però accompagnata da una conferma documentaria. Anche la data dello schianto e il modello dell’aereo non sono stati accertati. Prima dell’arrivo dei tedeschi alcuni abitanti recuperarono oggetti e materiali dal relitto. Quando i militari si accorsero che alcune parti erano state sottratte, minacciarono una rappresaglia. Tutto venne riconsegnato e la popolazione evitò ulteriori conseguenze.
Il pilota del grande quadrimotore
Un altro episodio ebbe inizio con l’abbattimento di un grande velivolo alleato. Il pilota riuscì a lanciarsi con il paracadute e atterrò nei pressi del torrente Torre. Alcuni abitanti di Camino e Caminetto raggiunsero immediatamente la zona. Il pilota venne nascosto e il paracadute fu sistemato in un fosso, coperto con sterpaglie e canne di granoturco. Pochi minuti dopo arrivarono i tedeschi provenienti dal castello. I militari cercarono il pilota nelle campagne comprese tra Camino, Caminetto, Manzinello e Pavia di Udine, ma non riuscirono a trovarlo. Quando le ricerche terminarono, gli abitanti accompagnarono il pilota nell’officina di Ippolito Fabris, a Caminetto. Qui gli furono tolti gli abiti militari e venne vestito con una tuta da operaio meccanico. Successivamente fu condotto a Casa Cecotti, dove ricevette cibo, assistenza e un giaccone. Mino Cecotti affidò il pilota a due partigiani, ordinando loro di raggiungere le formazioni sulle colline attraverso un percorso nascosto. I due uomini ignorarono però le indicazioni e riportarono il pilota nella piazza di Camino. Durante il coprifuoco incontrarono una pattuglia tedesca e fuggirono, lasciando lo straniero nelle mani dei militari. Il pilota proveniva da Sydney e non comprendeva né l’italiano né il tedesco. Venne portato al Castello di Buttrio e interrogato.
I dieci ostaggi
Quando i tedeschi compresero di avere catturato il pilota che stavano cercando, avviarono un rastrellamento nelle frazioni di Camino, Caminetto e Manzinello. Dieci persone vennero prese in ostaggio. La prima fu proprio Ippolito Fabris, proprietario dell’officina nella quale il pilota aveva ricevuto gli abiti civili. I tedeschi dichiararono che gli ostaggi sarebbero stati puniti se non si fosse presentata la persona che aveva aiutato il pilota. Un comitato guidato dai cappellani di Camino e Manzinello iniziò una lunga trattativa con il comandante della Flak. Alla fine venne raggiunto un accordo: gli ostaggi sarebbero stati liberati in cambio di 100.000 lire ciascuno, per un totale di un milione di lire. Le famiglie delle diverse frazioni contribuirono alla raccolta secondo le proprie possibilità. Il denaro venne consegnato e tutti gli ostaggi furono liberati. Del pilota australiano non si ebbero più notizie.
Il bombardamento delle officine tedesche di Camino
Nel marzo del 1945 i tedeschi requisirono case, cortili e magazzini di Camino per installare un centro destinato alla riparazione di autoblinde, carri e componenti ferroviarie. La vicinanza della Statale 56 e della ferrovia rendeva la zona particolarmente adatta alla manutenzione dei mezzi militari, ma attirò anche l’attenzione dell’aviazione alleata. Circa due settimane dopo l’installazione delle officine, intorno alle ore 20 di una sera di metà marzo, una formazione di aerei raggiunse Camino. Il cielo venne illuminato dai bengala utilizzati per individuare l’obiettivo. Subito dopo iniziarono a cadere bombe di grosso calibro e ordigni incendiari. Le esplosioni distrussero e incendiarono diverse abitazioni. Tre civili persero la vita e alcune famiglie videro scomparire in pochi minuti case e beni costruiti attraverso generazioni di lavoro. Quando il fumo si diradò emerse però un risultato paradossale: l’officina militare tedesca era rimasta intatta e nessun soldato o operaio tedesco era stato ferito.